Questo
periodo va dal 1860 al 1914 e vede lo scontro tra gli antievoluzionisti e i sostenitori dell’evoluzionismo
su due piani: quello scientifico, per cui si sottolinea che l’evoluzione -
soprattutto in relazione all’uomo - non ha prove significative; quello
filosofico, secondo il quale la teoria dell’evoluzione contraddice il principio
di causalità e di ragion sufficiente secondo cui il più (la vita,
l’intelligenza) non può venire dal meno (la materia, l’animalità). La Sacra
Scrittura costituirà il riferimento costante dei teologi del tempo
per contrastare la teoria dell’evoluzione, anche se Leone XIII nell’Enciclica “Providentissimus Deus” del 1893, indicò
i criteri per risolvere i conflitti tra affermazioni bibliche e dati
scientifici.
Occorrerà attendere ancora tre decenni prima che lo studio dei generi
letterari permettesse di scoprire la dimensione simbolica dei racconti della
Genesi.
Al di là
dell’atteggiamento dei teologi e del Magistero nettamente contrari al
darwinismo, è importante sottolineare come durante tutto questo primo periodo
la Congregazione del Sant’Uffizio non ritenne opportuno emanare un decreto di
condanna dell’evoluzione.
Oltre a coloro che
vennero considerati “evoluzionisti moderati”, si delineò una posizione definita
“trasformismo moderato”, la quale consisteva nell’ammettere l’evoluzionismo per
le specie inferiori ma esigendo un particolare intervento divino per adattare
il corpo dell’ “animale antropoide” all’infusione dell’anima.
Il 1860 fu l’anno del
Sinodo in cui i Vescovi di Germania decisero di affrontare il tema del
darwinismo, in risposta allo studio di Charles Darwin “L’origine della specie attraverso la selezione naturale”,
pubblicato nel 1859, in cui per la prima volta veniva resa nota la teoria
dell’evoluzione.
I vescovi dichiararono tale teoria contraria alle Sacre Scritture, le quali
indicavano che i progenitori furono creati immediatamente da Dio, come
riportato nella Genesi.
Ci fu chi
polemizzò con il darwinismo: il dott. Costantino James, il quale cercò di
provare la falsità delle ragioni scientifiche della teoria di Darwin; la rivista
«La Civiltà Cattolica», fondata nel
1850, che spesso intervenne contro scienziati - sia religiosi che laici - che
accoglievano favorevolmente la teoria dell’evoluzione; la Pontificia Commissione Biblica,
che ribadì la posizione ortodossa a partire dalla discussione sulla storicità
dei racconti biblici della creazione e del peccato originale. Successivamente,
nel 1909, venne affrontato il problema del carattere storico dei primi capitoli
di Genesi.
Si cercava
infatti di capire se con i nuovi sistemi esegetici fosse corretto escludere il
senso letterale storico dei primi tre capitoli di Genesi; se la narrazione del
primo libro della Scrittura fosse solo uno tra i tanti miti e cosmogonie delle
popolazioni antiche mesopotamiche riadattate poi dal redattore finale; infine
se fosse lecito dubitare del senso letterale storico quando ci si riferiva a
fatti che concernono i fondamenti della religione cristiana. Con il passare del
tempo e con una sempre maggiore accoglienza della teoria dell’evoluzione, si
ribadiva la distinzione tra il linguaggio scientifico e quello popolare: «in tal modo si pensava di poter
salvaguardare nello stesso tempo la storicità fondamentale del racconto biblico
e la libertà di accogliere le conclusioni delle scienze naturali, che non
potevano essere trascurate».
I
biblisti, grazie alle nuove conoscenze storiche e alle scoperte archeologiche, si
discostarono dall’interpretazione letterale della Scrittura e cominciarono a
proporre nuovi metodi ermeneutici; i teologi dogmatici furono più fedeli alla
tradizione magisteriale tanto da non accogliere favorevolmente le conclusioni
delle scienze.
Tra
i cattolici che accolsero la teoria dell’evoluzione si ricordano: F. Paglia,
che nel 1895 affermava che l’ipotesi dell’evoluzione non era contraria
all’insegnamento delle Sacre Scritture; G. Mivart, il quale respingeva la
spiegazione darwiniana della selezione naturale ma sosteneva la conciliabilità
dell’ipotesi evoluzionista con la fede, purché si affermasse l’azione creatrice
di Dio relativa all’anima; il card. Gongales che, insieme ad altri teologi,
prospettava la possibilità di accettare l’ipotesi evoluzionista ammettendo un
intervento diretto di Dio non solo per la creazione dell’anima ma anche per
adattare il corpo del bruto antenato.
Troviamo inoltre il
domenicano M.D. Leroy, il quale affermava che: «il sustrato destinato a ricevere il prezioso tesoro dell’anima immortale,
sia veramente opera di Dio, ma per l’intermediario delle cause seconde, cioè
per mezzo dell’evoluzione».
Tra
gli esponenti del modernismo, occorre citare A. Loisy, privato nel 1893 della
cattedra di esegesi biblica all’Istituto cattolico di Parigi per aver sostenuto
che il Pentateuco non era opera di Mosè e che i primi capitoli di Genesi non
contengono una storia esatta e reale delle origini dell’umanità; il can.
Francesco De Felice; Salvatore Minocchi, sacerdote fiorentino; H. Bergson,
filosofo francese, il quale esercitò un profondo influsso nei pensatori
cattolici.
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