MEDIAMORPHOSI

a cura di Dr. Fuko

L' informazione emotiva 

 Apparentemente in Italia non esistono più i cosiddetti “giornali di partito”: oggi si chiamano “giornali di opinione”, poco importa che le opinioni coincidano alla perfezione con quelle dello schieramento politico di turno. Ciò che sta cambiando è soprattutto l’effetto che la lettura dei quotidiani produce dal punto di vista della comunicazione, effetto basato su un implicito patto di fiducia che viene stipulato con il lettore valicando i confini della mera informazione.
In particolare è sempre più la dimensione passionale a recitare un ruolo decisivo nella costruzione della scena informativa, vediamo come. Il pezzo fondamentale dell’ingranaggio è ovviamente il giornalista il quale – per forza di cose – è parte del mondo che vuole raccontare, interagisce con esso, ne è coinvolto. Come per ognuno di noi è inevitabile raccontare un fatto a proprio modo e secondo la nostra personale interpretazione, è altrettanto scontato che – su un piano più complesso – dove ci sia un giornalista vi sia una strategia del discorso, una volontà di rappresentazione tesa a veicolare il fatto in un modo piuttosto che in un altro. Le ragioni sottese a tale strategia possono essere diverse: il mercato cui è destinato il giornale, la linea editoriale, l’ appartenenza a un credo politico ecc.
Avviene dunque che la tradizionale distinzione tra notizia e commento (cioè tra informazione e opinione) si attenui e spesso scompaia del tutto in modo che il fatto raccontato (la notizia) rechi in sé quelle valutazioni implicite, quei presupposti ideologici, quegli spunti soggettivi di cui il narratore è – per sua natura – portatore: la notizia diviene per forza “racconto” e l’obiettività giornalistica la sua mitologia. A questo punto entra in gioco la competenza interpretativa del lettore, la sua capacità di filtrare gli ammiccamenti retorici del narratore per risalire alla “purezza” del fatto.
E’ ovvio che, all’indomani delle dimissioni di Silvio Berlusconi, chi abbia acquistato un quotidiano recante il titolo – dalla forte connotazione emotiva – “Non finisce qui” è un lettore che ha già stipulato un patto di fiducia con la testata in questione (lo stesso dicasi per colui che, per ragioni opposte, abbia acquistato il quotidiano recante il titolo “Finalmente!”). La presenza della componente emotiva nel discorso giornalistico è sempre chiarissima: “Panico in Borsa…”, “Sconcerto ad Avetrana…”, “Tensione alla Camera…” e via dicendo.
A priori dovrebbe esserci l’evento e a posteriori gli effetti emotivi che possono scaturirne. Sui giornali e nei titoli dei Tg invece succede il contrario: ritroviamo un’ ipertrofica quantità di richiami emozionali che spesso prevalgono sulla componente cognitiva della notizia.
In definitiva i protagonisti della comunicazione giornalistica – giornalista e lettore – sono entrambi coinvolti, sebbene su piani diversi, nel mondo emozionale che i fatti suscitano. Il loro contratto, essendo un patto di fiducia, non si basa tanto sulla deontologia professionale o sulla terzietà del giornalista rispetto ai fatti stessi, quanto sulla reciproca condivisione di determinati sentimenti che egli ha teoricamente in comune con il lettore e che dovrà efficacemente trasmettere.
Spogliare i fatti della componente emotiva che li accompagna è il passo utopico che tanto il lettore quanto il giornalista dovrebbero compiere per trasferire i fatti dalla dimensione narrativa alla dimensione della cronaca. E’ pur vero che in tal modo l’ informazione giornalistica perderebbe molto del suo fascino, un fascino che da sempre appartiene ai libri: a noi la facoltà di attribuire a questi il compito di emozionarci e ai quotidiani – finchè continueranno ad esistere – quello di informarci.

 
Se non ora... quando

A qualche settimana dalla protesta delle donne italiane al grido di "Se non ora... quando?", partirei dalla considerazione che se ancora nel 2011 siamo qui a parlare - spesso ipocritamente - di sfruttamento del corpo femminile, è chiaro che quella "ora" non è ancora scoccata. E' risaputo che le concettualità legate al corpo - maschile e femminile - abbiano subito diverse influenze dovute alle trasformazioni culturali che l'Occidente ha conosciuto: dal concetto di virtù (per lo più di matrice religiosa) alle premesse biologiche del diritto naturale, fino all'antagonismo sessuale scaturito nella seconda metà del secolo scorso ad opera della riscossa femminista.
Il "problema" dei corpi a tutt'oggi attraversa i diversi profili del panorama politico e sociale: è sempre una vicenda culturale. Di questi tempi però, tutte le speculazioni di tipo filosofico, etico e religioso hanno dovuto cedere il campo al dogma della scienza che, con la forza della tecnologia, ha rimodellato tutti i valori.
Con l'avvento della pillola anticoncezionale ad esempio, il corpo femminile è come scampato alla condanna della mera funzionalità riproduttiva, ma nella sua corsa verso la libertà dei significati, è caduto prigioniero di un assolutismo narcisistico che, nelle sue pretese di autosufficienza, lo ha reso "valore in sè" e - in quanto "valore" - mercificato: il corpo femminile è passato così dal modello culturale a quello economico. Con l'evento tecnologico "Viagra" altresì il corpo maschile, ormai orfano delle sue ragioni riproduttive, ha chiesto e ottenuto che alcuni suoi limiti - in specie quelli legati allo scorrere del tempo - fossero spostati un pò più in là... In questo caso il pretesto della potenza sessuale si è sostituito alla sua malinconia, non riuscendo però a celare la semplice realtà dell'invecchiamento, inserito anch'esso nel falso mito (antico e moderno) dell'eterna giovinezza.
Dal quadro emergono le basi su cui dovrebbe fondarsi un altro modello sociale fondamentale: quello della famiglia, coi ruoli di madre e padre drammaticamente sconnessi dalle irrinunciabili (poichè mai modificabili fino in fondo) prerogative del corpo in quanto non "soggetto" bensì "oggetto" della metamorfosi culturale del momento. C'è dunque una differenza rispetto al passato: mentre prima erano la religione, la filosofia, l'etica o l'arte a darsi il cambio nella gestione del modello, oggi la dittatura della tecnologia (pensiamo alla chirurgia estetica) difficilmente cederà la mano. 
Di  fronte a questa che - come ogni dittatura - è da considerarsi una minaccia alla nostra libertà, non resta che un'ultima risorsa, l'unica capace di traghettare il corpo all'ultima metamorfosi possibile: quella da fatto culturale a fatto personale, restituendo all'individuo la possibilità di riscrivere la propria Genesi: è la risorsa dello spirito. Lo spirito, per sua natura sfuggente e inassogettabile a qualsiasi legge - per sua natura libero insomma - arcana sostanza di cui i nostri corpi sono intrisi, è strumento ideale attraverso il quale essi possono ritrovare un dialogo: è parlando tra loro che due schiavi iniziano a liberarsi del padrone... Il corpo non più come strumentale appendice di logiche senza futuro (estetiche o economiche che siano), ma come protagonista di una più alta comunicazione. Si può partire da un semplice abbraccio o da un gesto educato, per arrivare - nelle mie più ambiziose speranze - che ne so... all'amore. Questo genere di tecnologia  non può essere inventata e non è contrattabile, appartiene già al nostro corpo anzi è l'unica che esso riconosce: dobbiamo solo inziare a servircene... coraggio, è l' "ora".
 




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