LO SCRIGNO DI HECHIZO


Ottobre 2013


E’ inutile tapparsi le orecchie, non funziona, neanche  tra le pareti di casa nostra, costantemente violate dalle vuote parole del ricco… ma è così facile viver bene? Ciò che ti viene tolto o non concesso si trasforma in beneficio per loro: sei la loro assicurazione sulla (bella) vita. E’ il capolavoro della larga intesa come si ostinano a chiamarla oggi, neanche tanto tempo fa conosciuta, nel migliore dei casi, come “politica”… nel peggiore come “dittatura”.
Il motore del sistema è la nostra stessa ansia di costruire, i nostri sogni dietro i quali forse si nasconde la bieca ambizione di trovarci al posto loro, l’ inconscio desiderio di poter dettare le regole del gioco inventando un nemico e sganciandovi sopra una bomba senza tentare il fastidio della confutazione o del compromesso. Sarà per questo che – pur di iniziare da qualche parte – siamo ancora disposti ad accettare ogni sorta di tortura pur di farci legittimare dal sistema stesso: uno stile di vita ai limiti del parossistico, alimentato dal ricatto del (non) lavoro, ciò che un tempo era conosciuto col termine di “schiavitù”.
Consoliamoci con internet: l’ illusione della prossimità alla portata, più o meno, di tutti. Un contrabbando di autostima scandita da “likes” e “followers” dove anche gli aspetti più banali della tua vita sembrano interessare a qualcuno… è il nuovo concetto di amicizia, qualcosa di multimediale. Eppure un tempo questa veniva immaginata come “solitudine”.
“Dittatura”, “schiavitù”, “solitudine”… è un triste vocabolario che viene dal passato e da ogni tempo: per quale ragione questo tempo – il nostro – dovrebbe essere diverso? Eppure qualcuno si è preso la briga di riscriverlo, mistificando la realtà e i suoi aspetti più raccapriccianti. Oggi parliamo una lingua che nemmeno conosciamo, come scimmie chiuse in gabbia emettiamo versi e grida contro nessuno, ci rimbalziamo addosso gli uni contro gli altri immersi in un traffico di corpi e voci di cui non vediamo l’inizio e la fine: scherzi dell’evoluzione. Non è certo un caso se quel sedicente Dio, creatore di tutte le cose, volle chiamarsi “Verbo”, “Parola”: forse che nelle parole è nascosto un segreto potente?
Non so te, ma io ho riscritto il mio vocabolario e l’ ho fatto iniziando proprio dalle parole che mi convincevano meno. Oggi parlo una lingua nuova, più elementare forse, ma è la mia, e me ne sbatto di essere compreso. Ciò potrà sembrarti stupido o poco gratificante, forse perché – come me un tempo – vivi ancora nell’ illusione che alla maggior parte delle persone interessi davvero ciò che dici, nello straordinario convincimento che questa – proprio questa – sia la tua vera vita: ciò che adesso, nel mio stupido vocabolario, significa soltanto “sopravvivenza”.
 
 
Luglio 2013

Come vanno le cose lassù? E' fantastica la vita che fate da quelle parti, lo dico senza invidia giuro. Qua sotto arrivano le solite immagini di culi gommati stesi al sole e cravatte d'ordinanza: non vi smentite mai. Il vento soffia sempre dalla parte giusta là sopra, vero? Certo che è vero, anche se volete farci credere il contrario. Ti capita mai di alzare lo sguardo al cielo, seguire il volo di un aeroplano e stupirti ancora, come un bambino? Noi facciamo la stessa cosa: alzando il naso in su, riusciamo a vedere le sagome dei vostri yacht e ci stupiamo ancora, proprio come bambini. Le cose qua sotto vanno in modo un po' diverso, ma non è una novità: muoversi sul fondo è sempre più faticoso rispetto alla superficie, non abbiamo il vento e neppure le onde. La fatica ce l'abbiamo scritta negli occhi, sul corpo.
E' più una rancorosa speranza che la verità, ma sembra che la pacchia stia finendo anche per voi. In realtà ci credono in pochi: sono le solite leggende, dicono. Un fatto però è incontestabile: di anno in anno qui sul fondo stiamo diventando sempre più numerosi. Sì, perché voi altri state diventando sempre più leggeri, inconsistenti, sempre più docili al vento delle vostre abitudini da superficie... e ogni tanto ne cade giù qualcuno. Nel caso dovesse succedere a te, voglio darti un quadro della situazione. La logistica va sempre peggio, diciamocelo pure: un vero inferno. Ci sono però degli aspetti positivi: alcuni concetti stanno tornando di moda, cose come la solidarietà o il valore di una stretta di mano, il dialogo ma anche la rabbia... questa non la sottovaluterei. Sta nascendo qualcosa in fondo al mare, qui dove non si respira e muoversi è più difficile: stiamo ricominciando a interessarci del valore delle cose piuttosto che al loro prezzo, stiamo costruendo una nuova comunicazione... roba dell' altro mondo per voi di là sopra, appunto.
In definitiva, credo manchi poco... davvero poco al momento in cui noi degli abissi diventeremo più numerosi di quelli che stanno a galla, magari toccherà proprio a te di spostare l'ago della bilancia e far di noi la maggioranza, quando i due mondi si capovolgeranno. Goditi dunque il vento e le onde finchè durano, ma quando guardi giù non sporgerti troppo: ricorda che noi ti stiamo aspettando.
Aprile 2013

A pochi fortunati è stato concesso il dono dell'eterna giovinezza, in virtù di quale patto col diavolo o segreto condiviso, non ci è dato sapere. C'è da invidiarla questa schiera di (non) eletti dato che - attraverso i millenni - per la conquista di cotanto privilegio si sono scomodate intere mitologie, combattute le più leggendarie battaglie, consumati sacrifici in nome dei più disparati "graal".
Il potere scorre nelle loro vene dorate, i loro volti brillano come diamanti indistruttibili forzosamente incastonati sui nostri schermi da maldestri orafi: gli artigiani della metainformazione.
Non invecchiano, non cedono: esteti dell'immutabile, divinità fuori dal tempo. Ma il trucco c'è, e si vede. Qualcuno infatti invecchia e si abbrutisce al posto loro: questo è il segreto. Il ritratto sul quale è stata gettata la maledizione del tempo siamo proprio noi, comuni mortali senza destino. Siamo noi la tela che riflette il volto avvizzito e il corpo deformato del potere intramontabile, siamo noi la tela di Basil che ammuffisce al posto del giovane esteta senz'anima. Viviamo ai piedi di un Olimpo la cui cima giunge al di là della verità e della menzogna.
La narrazione di questa grottesca mitologia continuerà all'infinito se non riusciremo a squarciare la diabolica tela in cui ci ritroviamo dipinti, divisi gli uni dagli altri e persino all'interno di noi stessi, come loro ci vogliono. Per farlo dovremo riprendercelo il destino smettendo di farne solo una questione politica o economica, trasformandola in una questione estetica.
Sia questo lo strappo, l'atto di civiltà che possa restituire alla tela la sua originaria bellezza, i suoi colori giovani... e al potere di questi strani giorni, i coerenti connotati di un vegliardo triste e sconfitto.

 

Gennaio 2013 

Da quando sei nato non hanno fatto altro che proporti dei contratti: “mangia tutta la pappa e mammina ti compra un giocattolo”, “studia e laureati così avrai un buon lavoro”…  eccetera, eccetera, eccetera.
Le tue aspettative, i tuoi  bisogni, l’ orizzonte intero della tua vita è legato ai contratti che hai stipulato finora, più o meno consapevolmente.
A volte è bastata una stretta di mano, altre volte c’è voluta una firma, o una croce… il fatto è che, nella maggior parte dei casi, nemmeno tu sapevi quello che stavi facendo. Ora vogliono farti credere che è stata colpa tua, sempre.
Sarà per questo che ti stai iniziando a chiedere perché quel maledetto giocattolo non sia mai arrivato nonostante tu, da bravo bambino, ancora oggi continui a mandar giù il tuo quotidiano piatto di veleno fino all’ultimo cucchiaio, o perché nonostante la tua sudata laurea ti ritrovi col culo per terra e senza uno straccio di lavoro… eccetera, eccetera, eccetera.
No, non è stata sempre colpa tua, ma non è questa la notizia. Ti hanno fregato, questa è la notizia. C’ erano delle clausole in tutti quei contratti, ma scritte così in piccolo che soltanto l’occhio di una coscienza davvero cattiva avrebbe potuto coglierle subito. Buongiorno: la tua vita ha la stessa dignità di un piano d’ammortamento: alla fine estinguerai il debito. Alla fine.
Guardati un po’ intorno: non le riconosci quelle facce che da qualche giorno stanno germogliando sui muri della tua città? La risposta è dietro quelle facce, dietro quelle voci, dietro quei “twitt”. Ti stanno mettendo sotto al naso il solito contratto e ovviamente le condizioni sono tutte a loro favore: a te la vita così come la conosci, a loro la parte migliore. La cosa più irritante è che pensano che tu sia così stupido da farti fregare un’ altra volta!
Stavolta no. Possono inventarsi quello che vogliono, fanculo i giochi delle alleanze, i teatrini televisivi, le acrobazie dialettiche, le agende politiche e  le promesse di una vita migliore: puoi farcela da solo, loro non ti servono. Ora questo lo sai, e sai dove andare a guardare quando ti verrà proposto l'ennesimo contratto camuffato da scheda elettorale; quasi orgoglioso della tua cattiva coscienza andrai dritto alle voci “stipendi”, “benefit”, “pensioni d’oro”, “agevolazioni”, “impunità”… eccetera, eccetera, eccetera. Sarà difficile pensare che in cambio ti arrivi quel giocattolo che aspetti da quando eri piccolo o addirittura un lavoro, ma sarà ancora più difficile strapparti quella firma, quella croce. Vinceranno loro anche stavolta - puoi giurarci - nonostante la tua renitenza: la loro e la tua vita resteranno immutate ma, grazie a te, il tempo che ci divide dal reale cambiamento sarà impercettibilmente minore, impercettibilmente ma comunque minore, perché la renitenza è un soffio della volontà, il primo vagito di una rivoluzione.
VIDEO: La renitenza
 
RIALZARSI - settembre 2012
 
Per un bambino che ha appena cominciato a camminare, rialzarsi vuol dire superare soltanto la prima delle difficoltà che la vita gli porrà di fronte.
Rialzarsi invece, per un operaio che ha perso il lavoro, significa trovare un modo per reinventarsela una vita – la propria e quella della sua famiglia – ma non senza tentare il tutto per tutto a difesa di ciò che resta del più elementare fra i diritti: (soprav)vivere.
Per una importante azienda automobilistica italiana – più di una volta – rialzarsi ha significato ottenere il beneficio di sovvenzioni statali: una strana dissonanza con l’ attuale minaccia di spostarne la produzione all’estero.
Rialzarsi, per un popolo, significa il rifiuto di pagare debiti illegittimi e pretestuosi: così hanno fatto in Islanda e in Ecuador, nella vecchia Europa ancora nessuno.
Per uno sportivo sorpreso a doparsi, rialzarsi è sparire, sottrarsi al peso della fama e alle ipocrisie di uno sport che è industria – drogato a sua volta di sponsor, gossip e miliardi – per riappropriarsi della propria vita e del fottuto diritto di sbagliare.
Rialzarsi, per chi presiede un’amministrazione pubblica, significa dimettersi se – all’interno di quella istituzione – si verificano episodi di corruttela e mal politica, ostentando indignazione o piuttosto dissimulando una fisiologica complicità.
Per un tizio vissuto qualche millennio fa, rialzarsi ha significato svegliarsi dalla morte – almeno così dicono alcuni – e cambiare la storia del mondo, appena tre giorni dopo aver fatto una fine da scemo.
Per molti di noi, rialzarsi non è niente di così speciale ma semplicemente scendere dal letto e tuffarsi nell’ennesima giornata lastricata di fondi pensione, piani tariffari, prestiti agevolati ed estratti conto che, puntualmente, ci ricordano la qualità dei sogni che possiamo permetterci. Rialzarsi allora, può diventare un atto strategico, qualcosa che nessuno si aspetta: significa restare fermo proprio là dove sei caduto l’ultima volta, significa darti il tempo di capire che, in realtà, non ti sei mai veramente rialzato ma sei solo arrivato là dove ti è stato concesso di arrivare. 
Dunque sta a te fare in modo che adesso rialzarsi davvero, significhi negare la possibilità a qualcuno di farti cadere per l’ennesima volta, significhi "inceppare il meccanismo". Perché magari tu non ti sveglierai dalla morte e non hai nemmeno un posto in fabbrica da perdere, ma di certo non hai debiti con nessuno, e non sei caduto affatto: te lo hanno fatto credere. Allora rialzati: resta giù.
 

 
FUTURO ANTERIORE - aprile 2012

Ti immagino, ragazzo, alcuni decenni più in là. Su una terrazza a bere e a pensare, se ti verrà concesso, in una notte di luce e alluminio. Lei sul divano immersa in sogni di plastica e la musica che arriva dai locali. Non so di preciso a cosa starai pensando: forse a un altro futuro – l’ ennesimo che qualcuno ti avrà promesso – forse alle cose da cambiare, forse a uscirne vivo e basta.
Immagino avrai della conoscenza a tua disposizione, nuovi strumenti e un’ altra velocità. Un vestito nuovo anche, e dei segreti.
Ti immagino come il prodotto di una generazione cresciuta a pane e crisi, attorniata da guerre silenziose, sottoposta a soprusi di cui avrà conosciuto soltanto gli effetti e mai nessuna causa.
Immagino, ragazzo, che ti sarai chiesto come diavolo abbiamo fatto ad arrivare a questo, ad aver trasformato la realtà in una specie di malattia. Immagino che qualcosa avrai capito anche se la maggior parte delle ragioni ancora ti sfugge. Comunque se io conoscessi tutte queste ragioni, non verrei certo lì su due piedi a spiattellartele: dovrai guadagnarla la verità, come facciamo tutti.
Non è che abbia molta fantasia: ti immagino in fondo come ero io nel momento in cui ho deciso di partire allo scopo di raggiungermi. Perciò immagino il giorno in cui pure tu starai per metterti in viaggio: scarpe nuove adatte al cammino, un’ auto volante di seconda mano e uno zaino con quelle poche cose da salvare.
La strada dei neo-perché sarà difficile e ricca di ostacoli, camminare a volte sarà come una scommessa: per questo nel viaggio - per lungo che sia - tieni fede alla chiaroveggenza dei tuoi vent'anni, conserva la lucidità della tua prima fame, porta in tasca una foto di me - l’ uomo di ieri - e abbi l’ astuzia di non somigliarmi del tutto.



 


ANCORA IN TEMPO - gennaio 2012
L’hai lasciata dentro al pacchetto giurando che stavolta lo farai davvero: smetterai di fumare e quell’ ultima sigaretta non brucerà, rimarrà integra come un simbolo, una memoria del cambiamento che stai per inaugurare. Te lo sei riproposto mille volte, più o meno ogni 31 Dicembre: la storia cambierà, Maya permettendo. Non importa quanti ostacoli troverai sulla tua strada. Finite le feste ti presenterai nell’ ufficio del tuo capo e gli dirai come la pensi, gliene canterai quattro una buona volta. E’ il momento di chiarire alcune cosette anche con lei: certi comportamenti non vanno bene, o si rema nella stessa direzione o è meglio farla finita, che senso ha mandare avanti un rapporto dove quello che si piega sei sempre tu? Da quest’ anno la finiranno di fregarti i soldi dalle tasche: adesso c’è la scusa della crisi, ma tanto è la solita storia e a pagare siamo sempre noi "poveracci". La benzina aumenta? Darai via il tuo duemila a benzina e passerai al metano, ci guadagnerà il portafogli e anche l’ambiente. Anzi meglio: non comprerai affatto una nuova auto ma userai i mezzi pubblici o ti darai al car-sharing. E per finire il look, un cambio reale passa anche per il look. Via il pizzetto e i capelli li facciamo crescere. Giacca e cravatta li lasciamo in naftalina nell’armadio: si passa al jeans da battaglia come ai vecchi tempi, "casual" sarà la parola d’ordine per il nuovo anno. La tua rivoluzione è già in atto!
In attesa dell’ apocalisse, il calendario scandisce la sua matematica sinfonia di rate e scadenze in barba alle profezie. Sei passato davanti all’ ufficio del capo già una decina volte. Ma chi te lo fa fare a metterti nei casini? Coi tempi che corrono forse è meglio non cacciarsi nei guai, un capo stronzo in fondo ce l’ hanno tutti. La sinfonia continua, il mondo ancora c’è. Hai investito molto in quel rapporto e tanto lo sai che alla fine – in un modo o nell’ altro – farete la pace per l’ ennesima volta. Ed è bello fare pace. Meglio una litigata ogni tanto che il soggiorno forzato in quel posto, tanto simile all’ inferno, chiamato solitudine dove non si può far pace con nessuno, neanche con se stessi. La sinfonia ti avvolge e la storia non è ancora cambiata. Ci sei tanto affezionato a quella macchina, con tutti i sacrifici che hai fatto per comprarla... Ottantamila chilometri e mai un problema, le hai dato anche un nome. E vuoi mettere il comfort? Altro che mezzi pubblici: meglio spendere qualcosa in più per il carburante che affrontare i disagi degli autobus e della metropolitana. La sinfonia ti ha fatto suo. Sei davanti allo specchio col rasoio in mano: certo che senza il pizzo non sai proprio vederti. Ti sta proprio bene quella cornice pelosa intorno alla bocca che ti prende mezz’ora per farti la barba. Non puoi mica presentarti a lavoro coi capelli lunghi... rasiamo.
Il 2012 sta finendo. Già, il 2012, come vola il tempo. Eccoti qua: 31 Dicembre. Un altro. Stai festeggiando con gli amici l’arrivo della mezzanotte. In giacca e cravatta. Ci siamo quasi… dieci secondi al nuovo anno o alla fine del mondo. Mentre parte il classico conto alla rovescia senti qualcosa che rimbalza nella tasca interna della giacca: è un pacchetto di sigarette, sembra vuoto ma ti accorgi che dentro ce n’ è ancora una, la infili distrattamente fra le labbra e accartocci il pacchetto. Meno tre… accosti l’ accendino alla sigaretta e in quell’ istante ti viene in mente qualcosa… meno due… la fiamma è a pochi millimetri dal tabacco: un secondo è tutto ciò che ti separa dalla tua prossima rivoluzione... Maya permettendo. Auguri.
VIDEO: Ancora in tempo
 
SOGGETTI SMARRITI - ottobre 2011
Mi sono ritrovato a gironzolare nel ghetto della tua attenzione, mi piace questo genere di posti: la confusione, i vicoli intricati, le mura sporche di memoria e piscio di cane. C’è un via vai costante di persone e trovi di tutto, è divertente. Mentre passeggiavo il mio sguardo è stato attirato da un’insegna al neon – spenta e ridotta maluccio – recante la scritta “Oggetti smarriti” , non ho saputo resistere e sono entrato nel locale sottostante: era una stanza di circa venti metri quadri, dentro non c’era nessuno soltanto un sacco di roba ammassata disordinatamente e un bel pò di polvere. Ho cominciato a rovistare: ho trovato i tuoi vecchi giocattoli, la tua innocenza, un ombrello, un vecchio televisore, la tua voglia di cambiare, delle fotografie e qualche nobile ambizione. In un angolo c’era anche la tua fede, ma doveva essere lì da un bel po’ perchè non si capiva più in quale dio fosse riposta. Tutta roba vecchia insomma.
Spinto dalla curiosità ho continuato a cercare sperando magari di trovare degli oggetti più recenti finchè, in mezzo ad alcuni cartoni, ho visto spuntare qualcosa di rosso e metallico: un estintore. “Ecco dov’ era volato!” ho esclamato con sorpresa ripensando alle immagini degli scontri di Roma.Soddisfatto per la scoperta stavo per andarmene ma devo aver messo il piede su qualcosa di viscido – forse un antico senso di colpa – e sono scivolato in avanti trovandomi faccia a faccia con un cadavere. Aveva i tratti somatici da arabo e il volto tumefatto, su una tempia ho intravisto il foro di un proiettile: “…Sic transit ‘historia’ mundi…” mi sono detto ” … guarda un pò dove vanno a finire i corpi dei dittatori…” Sono uscito dal locale reimmergendomi nella folla. Ho riflettuto sulla deforme velocità con cui i ricordi  vengono iniettati nella nostra coscienza e sulla velocità con cui abbiamo imparato a metabolizzarli e accantonarli, a prescidere dal peso che hanno: succede quando la loro forma non è quella dell’esperienza ma della virtualità mediatica.Ero immerso in questi pensieri quando, dall’ altra parte del marciapiede, ho notato un tipo strano che camminava in senso opposto al mio: indossava una tuta da motociclista e portava un casco di ricci in testa alla Branduardi. Aveva un’espressione un po’ stranulata dipinta in volto ma un’ aria simpatica, poteva avere venticinque anni al massimo. Ho seguito il ragazzo con lo sguardo – sembrava essersi perso – finchè non l’ho visto fermarsi davanti a quell’ insegna: “Oggetti smarriti”. Mi sono voltato e ho ripreso a camminare: “Quel posto ingoia di tutto…” ho pensato, accorgendomi che già da un pezzo ero uscito dal ghetto della tua attenzione.

IO PUSHER - agosto 2011
Gira una nuova droga… dovresti provarla. L’effetto è quello di galleggiare in un’ allucinazione, un miraggio delirante composto da voci, persone, immagini. Provala dai… e improvvisamente l’estate smetterà di mostrarti il solito volto banale, fatto di cronache balneari e corpi trasfigurati dal rilassamento, lasciando il posto a sorprendenti visioni lisergiche. Vedrai la glaciale modernità di un ricco paese europeo disciogliersi sotto il fuoco omicida di un folle custode di identità e ti sembrerà di ascoltare un europarlamentare elogiarne gli ideali. Un comitato di moderne signore – marciando al motto di “Se non ora quando?” – pubblicherà un decalogo antistupro invitando le "colleghe" ad evitare vestiti appariscenti: anno 2011. Vedrai onorevoli politici appendersi all’orlo delle tue tasche dondolando nel vuoto di una ennesima crisi.
Non male vero? Ti faccio un buon prezzo, lo sballo è garantito: vedrai alcuni individui (pochi) tenere a galla i loro sogni a bordo di lussuosi yacht e altri (molti di più) annegare nell’incubo di una terra promessa e non mantenuta. Guerre troppo vicine per essere vere – scandite a episodi dai notiziari – restituiranno veri cadaveri dai cognomi davvero troppo vicini ai nostri. E poi vedrai emergere intorno a te sigle di fantomatiche logge da sottorepubblica, quasi il tempo non fosse mai passato da tutte quelle stragi grondanti sangue e domande.
Ti offro un’estate diversa, all’insegna di un mondo dove i nessi di causalità deviano dalla logica strada delle conseguenze verso gli orizzonti della visione onirica: tutto si mischierà nella tua mente annullando la differenza tra vita e racconto, generando una massa di nodi inestricabile da cui sarà impossibile estrarre una scelta fra ridere, piangere o semplicemente riflettere. Divertente no? Tanti dei tuoi amici la assumono già da un pezzo ma mica te lo vengono a dire… Nessun senso di colpa, nessun bisogno di comprendere, nessuno spirito critico e neanche la voglia di scappare. Devo essere sincero, un difetto questa roba ce l’ ha, uno solo: crea dipendenza. Ma è lo sballo del momento, questa nuova droga che impazza: si chiama "realtà"… dai provane un po’ !

TAPIS ROULANT - maggio 2011
Setti i parametri della tua passeggiata virtuale, qualche “beep” e il rullo inizia a girare: è questo che fai per tenerti in forma. L’armatura di fibre tecnologiche aderisce perfettamente al tuo corpo, i marchi Nike, Adidas eccetera danzano sull’attrito tra questa pelle virtuale e la tua: sudore griffato. Non manca la play-list nelle cuffiette a distrarti dai chilometri che vuoi percorrere – per chissà quale oscuro arbitrio della volontà – in questa corsa verso il nulla. I muscoli delle gambe lavorano, osservi soddisfatto il display: conosci il ritmo e la velocità a cui stai andando. Ignori il dove.
Mentre corri e pensi a tutt’altro, il tuo sguardo si perde sul tappeto rullante, è qualcosa di ipnotico come un videogioco, potresti persino addormentarti correndo non fosse che il tappeto inizia a sollevarsi… provi a spegnere, a fermare tutto ma non c’è verso. Il tappeto continua a girare e a sollevarsi davanti a te, si allunga come un elastico e ti passa sopra la testa formando una ruota: sembri un criceto impegnato in una di quelle corse senza senso.
L’ i-pod si scarica, dalle cuffie fuoriescono dei tentacoli che si insinuano all’ interno del cranio allacciandosi ai nervi ottici, partono delle immagini che non puoi fare a meno di vedere perché iniettate direttamente nel cervello. Stai ancora correndo, le gambe iniziano a far male, il respiro si trasforma in sussulto, forse sta per scoppiarti il cuore… non solo per la corsa ma per quello che vedi. Pian piano le immagini scompaiono, la ruota intorno a te si apre risucchiata dall’ingranaggio della macchina e torna ad essere tappeto rullante, la musica ricomincia.
Una rapida combinazione di “beep” e il tappeto si ferma. Scendi in preda al panico, qualcuno in palestra ti guarda interdetto. Le mani sulle ginocchia, cerchi di riprender fiato, poi ti guardi intorno e le cose sembrano completamente diverse da come le percepivi prima: la staticità e il movimento di tutte quelle macchine, il riflesso dei corpi umidi di chi osserva allo specchio i frutti della sua fatica artificiale… ma è un attimo, perché dopo quello che hai visto sai che non c’è più tempo da perdere: devi andare subito da loro, da tutti quelli che ami per avvisarli, per dirgli la verità. Ora sai ciò che devi fare.
L’asfalto scivola immobile sotto di te: adesso stai andando davvero da qualche parte e anche se ignori il ritmo e la velocità della tua corsa, ti accorgi che sei ancora in grado di correre per uno scopo.

ORECCHIO ASSOLUTO - gennaio 2011
La musica non si ferma. Suoni confusi e distorti rimbalzano da tempo nei nostri padiglioni auricolari: chi di noi può affermare di riuscire ancora a distinguere un suono dal rumore che ci circonda, o addirittura un suono da un altro?
Le nostre orecchie sono ormai assuefatte al ringhio sinfonico del condizionamento. Siamo un pubblico passivo che plaude o fischia indifferentemente alle note di un’orchestra invisibile e dei suoi impalpabili strumenti. La musica ci distrae, devia la nostra attenzione da una classe dirigente che sta precipitando dentro se stessa, da città dove germogliano fiori di immondizia, dal quotidiano teatro delle ingiustizie e dell’abuso, dalla violenza cieca del non senso. Dobbiamo recuperare il silenzio e ampliare il tempo dell’ascolto, decodificare questa musica sorda e assordante per tornare all’innocenza dei suoni, come dei bambini. Culturalmente generati dall’utero del rumore, ripudiamo la sua maternità surrogata trasformandoci in figli della melodia.
Me ne vado oltre la musica, la attraverso, la supero: faccio della mia mente un orecchio assoluto, e forse in questo odioso concerto di politica e puttane, giullari e mascherine riuscirò di nuovo a distinguere un suono primordiale, quello della verità.
IL QUINTO ELEMENTO - settembre 2010
Hanno divorato la terra spartendosela come fosse cosa loro, si sono respirati tutta l’aria possibile inquinando quanto ne restava, hanno spento il fuoco della ragionevolezza tranne quello delle loro ragioni, stanno per impadronirsi anche dell’acqua e con essa l’usurpazione dell’aristotelica totalità sarà completa. Cosa resterà da opporre alla loro fame? La violenza è un perpetuo errore storico che ormai non fa più rima neanche con “rivoluzione”. Forse soltanto rimane la possibilità di una risposta filosofica: un quinto elemento che loro ancora non conoscono. E questa generazione sottoccupata e sovracculturata è destinata a conoscerlo ed a conquistarne il segreto ultimo. Sì perché questa generazione è cresciuta nel tanfo della vostra immondizia, nutrendosi dei (pochi) avanzi che le avete lasciato. A volte è stata costretta ad ingoiare il veleno del compromesso ravanando nei polverosi angoli delle vostre anime, quelle che avete venduto ad ogni genere di demoni.
Questa generazione oggi è più forte perché – abituata a lavorare senza contratto – ha coltivato il disincanto dello schiavo e non vi crede più, perché non ha rinunciato al diritto storico della perpetuazione e continua a mettere al mondo i suoi figli sfidando i tempi dell’infecondità, perché ha costruito da sé la propria educazione rinnegando le vecchie logiche. Questa è una generazione fatta di mani che non si trasformeranno in pugni al cielo o in marziali appendici di braccia tese in nome di qualche folle ideologia: è una generazione di mani nè destre, nè sinistre. Sono mani diverse dalle vostre ossute e ingiallite di corruttela e che - dai pulpiti del privilegio - usate dimenare delirando di Padanie e percentuali di consenso. Questa generazione ha mani sporche di futuro. E' orientata al futuro. E' fatta di futuro, l'unica cosa cosa che non vi è mai appartenuta: il quinto elemento.

LA MIA SECESSIONE - maggio 2010
"Libertà, l'ho vista dormire nei campi coltivati a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato" (Fabrizio de Andrè).
Tredicimila. Sono le preferenze raccolte dal figlio di un noto politico candidato alle ultime elezioni amministrative. Il rampollo è famoso per le sue disavventure scolastiche e anche per alcune dichiarazioni in cui ha affermato di non aver mai visto l’Italia da Roma in giù. La fazione politica dei cui interessi si fa promotore è quella che vorrebbe separare il Nord dal Sud, portatrice di un messaggio antistorico, rozzamente populista e quanto mai incoerente visto che i suoi maggiori esponenti – da anni ormai – usano poggiare comodamente le loro celtiche terga sui dorati  velluti del Parlamento italiano, fruendo dei relativi privilegi senza peraltro aver ancora separato nulla da nulla. Il problema è in quella cifra: tredicimila. Se tante persone hanno pensato di affidare l'istanza dei loro interessi civili a un giovanotto che a stento ha terminato la scuola dell’obbligo e che vuol farsi erede di tale credo pseudopolitico, allora dovremmo chiederci quale sia la qualità di questi interessi. Chi sarebbe così folle da consegnare il proprio futuro a un ignorante raccomandato? Beh… almeno tredicimila persone a quanto pare. Se basta così poco ad ottenere un po’ di potere, allora vorrei provarci anch’io. Imparando dai loro trucchi puerili, incatarrisco la voce e punto al cielo il dito medio a cornice del mio messaggio secessionista… chissà che fra vent’anni non riesca a sistemare i miei figli e qualche amico. Da questo metaforico pulpito allora, lancio la mia proposta separatista e dissociante: non cerco una divisione tra zone geografiche, invoco piuttosto una secessione estetica, una ribellione culturale per riappropriarci dei nostri territori mentali, per una riconquista civile. Tredicimila e uno: questo il primo obiettivo.

 
MATTO DI LEGAL - aprile 2010
Se paragoniamo il sistema a una scacchiera ed escludendo la possibilità che tu sia uno dei giocatori, in quale pezzo ti potresti immedesimare? Il Re o la Regina? In tal caso non avrei neanche perso tempo ad interpellarti, bruciandomi una metafora oltretutto: le metafore non vanno sprecate, vanno amministrate e centellinate, mica le trovi per strada. Uno dei due alfieri forse? Quelli stanno sempre al fianco del Re e della Regina e – a meno che tu non sia raccomandato o goda di qualche favore di corte – non credo possa essere quello il tuo ruolo. Potresti immaginarti arroccato in una delle due torri… se solo avessi la possibilità di pagartela una torre, magari con un mutuo. Cosa resta? Ah già… lo sfigatissimo pedone, quello della prima linea, il primo pezzo che qualsiasi giocatore è tranquillamente disposto a farsi fottere dall’avversario. Il pedone viene subito gettato nella mischia e avanza alla cieca con lo svantaggio di poter colpire soltanto in diagonale: un movimento scomodo e innaturale per chi è costretto comunque ad andare avanti per sopravvivere. Sì, il pedone ti somiglia. Anche il tuo destino potrebbe essere del tutto simile al suo: uscire dalla partita nell’indifferenza generale e senza neanche la soddisfazione di un “grazie” da parte di chi ha beneficiato del suo sacrificio. Stavolta però il Re, la Regina e i suoi leccaculo di alfieri  non hanno considerato un fatto: il pedone ne ha piene le palle e ha deciso che il gioco - una buona volta - dovrà volgere a suo favore. Sulla scacchiera c’è un altro pezzo: il cavallo. Il quadrupede è proprio là, a poche mosse dal pedone stesso ed entrambi i giocatori, finora, lo hanno colpevolmente ignorato. Le cose forse stanno per cambiare. Perché? Perché il pedone ha un’idea e la sua idea è un destriero che offe il dorso per essere lanciato verso la vittoria. Adesso può succedere che almeno uno dei giocatori sia disposto a sacrificare qualche altro pezzo pur di non mandare a puttane l’intera partita, questo non cambierà le regole del gioco ma permetterà al cavallo di muovere a sorpresa e aprire un varco. E’ di quella tua idea che sto parlando, il tuo sogno: qualunque esso sia, cavalcalo e lanciati al galoppo tra le insidie di questa irragionevole scacchiera. Non rassegnarti ad un ruolo e ad un percorso prestabiliti. Il Re apparirà presto di fronte a te. Nudo. Scacco Matto.

L'ESERCITO DELLA CRAVATTA - marzo 2010
Avanzano, li ascoltiamo incedere su e giù per il Paese. Questo strano esercito non marcia con gli anfibi, non si muove sui cingolati o su aerei da guerra, non indossa elmetti, non usa armi convenzionali. I loro piedi dimorano in comodi mocassini, di solito si spostano sugli elicotteri o a bordo di lussuose auto coi vetri oscurati. Le loro armi sono fatte di carta, plastica e bande magnetiche: autorizzazioni, contratti, schede telefoniche, carte Visa, American Express… non pensate a tute mimetiche e giubbotti antiproiettile: questi girano in giacca e cravatta, è la loro divisa. Come si diceva a proposito di Attila, dove passa l’ ”esercito della cravatta” non cresce più l’erba: sono i nuovi barbari. Quale traccia del loro passaggio? Quintali di vaccini invenduti e ammassati nei magazzini ad esempio, o la famelica bava gocciolante sulle (ri)costruzioni affidate a sciacalli senza scrupoli, oppure quei giganteschi comignoli che sputano cancro sulle tue finestre, o ancora, la (pseudo)informazione di giornalisti prezzolati sempre più simili ad avvocatucci portaborse del politico-editore di riferimento. Volti improbabili avvitati su fisici molli e gelatinosi, ingrassati dal potere, dissetati dalle lacrime di chi non ce la fa. Lo guardiamo impazzare questo esercito del cazzo, lo vediamo incombere e spadroneggiare sul nostro destino, quando basterebbe un soffio per spazzarlo via. Guardalo, è proprio lì davanti a te: mentre davanti al registratore di cassa decidi cosa fare dei tuoi spiccioli, lui si scola il suo Martini gioendo al cellulare per l’ultimo terremoto che gli frutterà l’appalto: soffiagli addosso il tuo sdegno, il tuo vigore intellettuale e la tua volontà di cambiamento. Volerà via, insieme alla sua fottutissima cravatta.

CATTIVITA' - maggio 2009
Un animale nato in cattività non può avere coscienza di cosa vi possa essere al di fuori della sua gabbia: quello è il suo mondo, la sua dimensione. La consistenza del reale, le potenzialità inespresse del suo agire non sono un problema per lui: il pesce nato in un acquario che ne sa dell’oceano? Credo che questa sia la prospettiva delle prossime generazioni e in parte anche della mia: una vita in gabbia, vissuta nella convinzione che i suoi orizzonti siano quelli del mondo intero, trattandosi invece di una sua piccola porzione. I più acuti tra voi avranno intuito che non stiamo parlando di gabbie metalliche come quelle per i canarini: l’ambiente che stiamo costruendo intorno a noi è fatto di schermi, simbologie "usa e getta" e  suggestioni mediatiche, un  futuro in serie – uniformante – stabilito su determinati parametri di controllo. Sono strane le regole di questo gioco, rispettarle può significare non vincere mai, anzi peggio, perdere credendo di vincere… no peggio ancora: significa pensare di giocare mentre in realtà qualcuno sta giocando al posto tuo, divertendosi un sacco peraltro. Mi chiedo: perché la gente non fa quasi più a pugni – affidando i litigi agli avvocati – ma esistono ancora le guerre? I bambini amano correre all’aria aperta e scalmanarsi, ma perché non ne vedi più uno con le ginocchia sbucciate?  Perché molta gente in gamba è senza lavoro mentre i migliori posti sembrano sempre occupati da incapaci? Come mai ci si lamenta della politica e poi non si va a votare? Com’è che la finzione adesso si chiama “reality”? Sono le nuove forme della cattività: se hai avuto la “fortuna” di nascerci dentro, tranquillo… la vivrai e - quando sarà il momento - te ne andrai senza porti il problema, al massimo con la leggera sensazione che qualcuno ti stia prendendo per il culo. Ma se come me – almeno una volta nella vita – hai avuto la soddisfazione di fare a cazzotti con qualcuno e ubriacartici insieme la sera stessa parlando di guerra e di amore, se ricordi ancora come bruciava quella roba che tua madre ti metteva sulle ginocchia quando tornavi dal cortile, se sei capace di dimenticarti del prestito che hai fatto al tuo amico laureato-disoccupato ma più in gamba di te, se non riesci  a rinunciare alla soddisfazione di quella “X” anche se pensi che il tuo voto può non cambiar nulla, se  per te la parola “reality” non equivale alla parola “realtà” ma a alla parola “idiozia”… allora sei già con un piede fuori dalla gabbia.

LA FORZA DELLA MEMORIA  - aprile 2009
Mi ricordo di un mondo che camminava a un'altra velocità, prossima alla mia. Mi ricordo di un tempo che si consumava a un altro ritmo, vicino al mio. Mi ricordo di uomini e donne che cercavano di vivere in un altro modo, più simile al mio. Mi ricordo una realtà di cui non c'è più traccia, o almeno è questo che mi raccontano: quel mondo è scomparso. Per sempre, forse da prima ancora che io sia nato. Ma allora perchè me lo ricordo così bene? Perchè lo sto cercando? Perchè desidero ricostruirlo? Forse c'è qualcosa di strano in me... non so. Ho cercato di capire: ho piegato il tempo e lo spazio dando per scontato - nella mia ingenuità - di riuscire a vedervi qualcosa attraverso. Ci sono riuscito, e ho visto: un mondo diverso da come me lo stanno raccontando. Mi sono accorto che molte cose dipendono dai suoni che sono abituato ad ascoltare. Suoni distorti, disarmonici... rumori che fino a ieri ho interpretato come una melodia. Ho riconosciuto una mano ancestrale che dappertutto ha seminato il frutto della bellezza e un'altra che continua a strapparne i germogli. Ho raccolto dentro di me la memoria del mondo che da sempre grida la sua voce, dispiegandosi lungo i miei nervi , solleticando i miei sensi. Così, da quando ho cominciato a ricordare come il mondo dev'essere, ho fatto della memoria il mio strumento, la mia arma, e ho iniziato a costruire. Nessuno ormai può venirmi a dire come devono andare le cose, perchè già lo so: io me lo ricordo. Se capitasse anche a te una cosa del genere, se anche tu dovessi svegliarti, domani, con quel senso di inadeguatezza... non fuggire, ascoltalo: è la tua memoria che bussa e viene a dirti chi sei: apri, o entrerà con la forza. Apri e inizia a ricostruire, da qualche parte. 

LA TUA ERA - gennaio 2009
Ciao... stavamo parlando, ricordi? Parlavamo di nuovi teoremi per una nuova matematica esistenziale e di confini che si spostano; ma la novità è un'altra: riconsiderare il concetto stesso di "confine". Se con questo termine indichiamo una mera suddivisione del reale, c'è poco da inventare: si tratta di "geografia"... se invece proviamo ad attribuirgli la dignità e la profondità di un concetto, le cose si complicano un pò... L'idea di confine infatti, è sorella dell'idea di limite; tutto ciò che ci circonda lasciandosi raggiungere dai nostri occhi, è limitato e misurabile, dunque in qualche modo incapsulabile in regole o modelli: misure appunto. Adesso osserva il panorama da cui sei circondato ogni giorno: chiamiamolo "società". Da questo nuovo punto di vista, essa ti apparirà come un territorio - uno spazio fisico piatto - in cui si manifestano delle regole, quelle della convivenza civile ad esempio. Regole? Limiti? Confini dicevamo; ma sono proprio questi confini a modellare quello spazio piatto, a dotarlo di tridimensionalità rendendolo socialmente fruibile. Qualcuno in passato ha osservato che, per valutare lo stato di salute di un sistema sociale, basta guardare alla quantità di norme da cui è regolato: più ne occorrono, più il sistema si può considerare malato, involuto. E' paradossale, non puoi fare a meno di constatare che la tua capacità di interagire con gli altri - la tua libertà - dipende dai suoi stessi limiti: la "civiltà" è scritta, imposta dall'esterno, non si manifesta - nella sua totalità - attraverso la naturale estrinsecazione dei comportamenti, ma ha bisogno di confini... e non parliamo solo di "leggi" in senso prettamente giuridico, ma anche di "modelli" in senso lato. Ora, pensi che questo faccia di noi - uomini e donne di questo tempo - delle creature oggettivamente evolute? Se la tua risposta è negativa, devi accettare il fatto di vivere un'epoca socialmente ancora piuttosto primitiva rispetto a quella dove il tuo cellulare, la tua auto o il tuo pc ti fanno credere di essere... Benvenuto a Neanderthal... e buona evoluzione! 

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